Perché il management aziendale non è evoluto come la tecnologia

Immagine di una mano che inserisce un blocco management in una pila di altri valori

Negli ultimi trent’anni, la tecnologia ha praticamente cambiato le regole del gioco, evolvendo a una velocità impressionante. Intelligenza artificiale, big data, automazione, digitalizzazione: la lista è lunga, e tutto sembra andare avanti come un treno. Eppure, quando parliamo di management aziendale, la situazione sembra un po’ diversa.

Insomma, cosa sta succedendo? Perché, se la tecnologia si è evoluta così tanto, molte aziende, soprattutto in Italia, sembrano ancora un po’ ancorate al passato?

In questo articolo proverò a dire la mia sul perché il management aziendale sembra non essere riuscito a stare al passo con l’innovazione, dove i manager stanno cercando di adattarsi ma con fatica e come le aziende italiane si confrontano con quelle globali più avanti in termini di innovazione.

La leadership aziendale: un modello del passato

Ok, ammettiamolo: da un lato si parla tantissimo di “leadership inclusiva”, di “team collaborativi” e di modelli di gestione che mettono al centro il contributo di tutti. Dall’altro, però, la realtà nelle aziende è ben diversa.

Ancora oggi, molte imprese funzionano come se fossero rimaste negli anni ’80, con un modello gerarchico che lascia pochi spazi alla partecipazione. I manager continuano a centralizzare le decisioni, spesso ignorando il valore delle opinioni di chi lavora sotto di loro. E non parliamo di un’autorità feroce, ma di un approccio che, senza volerlo, finisce per ridurre l’autonomia e la creatività di chi è in prima linea.

È vero che in molti discorsi aziendali si sente parlare di “empowerment” e “partecipazione attiva”, ma poi quando si entra nel vivo, l’impressione è che il potere decisionale resti sempre nelle mani di pochi. Se guardiamo a quelle che sono le realtà più innovative, però, le cose vanno in modo diverso: aziende come Google, Netflix, Spotify, per citarne alcune, hanno adottato modelli decisamente più agili, dove i team sono più autonomi e le decisioni vengono condivise. Questo crea un ambiente perfetto per stimolare l’innovazione, la creatività e il senso di appartenenza.

In Italia, invece, le cose sono un po’ diverse. Le strutture aziendali spesso sono ancora rigide, con una leadership che si sente ancora un po’ troppo sopra e distante. Quasi come se, per funzionare, fosse necessario mantenere tutto sotto controllo. E questo finisce per rallentare qualsiasi tipo di crescita, personale o aziendale, e di innovazione.

Risorse umane: quando la tradizione blocca l’evoluzione

Il settore delle risorse umane è uno di quelli che ha subito il maggiore impatto dell’innovazione tecnologica. Pensate a tutti quei software che, ormai, vengono utilizzati per la gestione delle performance, il reclutamento e la formazione. Eppure, nonostante questi strumenti moderni, molte aziende continuano a seguire vecchie pratiche.

Un esempio? La famigerata “revisione annuale delle performance”. Ok, forse è il caso di ammettere che, nella maggior parte dei casi, questa è una pratica ormai vecchia e un po’ fuori tempo massimo.

Nonostante esistano piattaforme che permettono feedback continui e personalizzati, che renderebbero la valutazione dei dipendenti molto più dinamica e concreta, ancora troppo spesso ci si affida a metodi lenti e rigidi. Le aziende globali più innovative, come Google e Salesforce, sono avanti anni luce in questo campo.

Qui il sistema di gestione delle risorse umane è agile, e la meritocrazia viene supportata da tecnologie che misurano continuamente il contributo di ogni dipendente.

Le aziende italiane, purtroppo, sono ancora indietro. Le performance dei dipendenti vengono monitorate in modo formale e spesso disconnesso dal loro reale sviluppo. Eppure, un dipendente potrebbe crescere e sviluppare nuove competenze nel corso degli anni, ma troppe aziende fanno fatica a cogliere questi cambiamenti e a valorizzarli nel modo giusto.

Decisioni strategiche: affidarsi troppo all’intuizione?

Oggi, con la marea di dati a disposizione e con l’intelligenza artificiale che sembra poter risolvere ogni problema, ci si aspetterebbe che le decisioni strategiche fossero molto più basate su numeri e analisi concrete. Eppure, nonostante tutti questi strumenti, molte aziende italiane continuano a prendere decisioni più sulla base dell’intuizione che dei fatti.

Non fraintendetemi: l’esperienza è importante, ma non è abbastanza. Se ci affidiamo solo al “fiuto”, rischiamo di perderci in un mare di incertezze.

Le aziende globali, come Amazon, Tesla e Apple, non si limitano a fare supposizioni: loro usano i dati, li analizzano in tempo reale e fanno delle scelte informate. Il che permette loro di restare sempre un passo avanti rispetto alla concorrenza.

In Italia, invece, troppo spesso le decisioni sono basate su discussioni interne, opinioni contrastanti e, sì, il classico “sentito dire”. Una cosa che, in un mondo che cambia rapidamente, rischia di diventare un problema piuttosto che una risorsa.

Lavoro agile: siamo veramente pronti?

Ok, tutti parlano di lavoro agile, eppure molte aziende italiane sembrano ancora rimanere attaccate al passato. Certo, con la pandemia è aumentato lo smart working, ma quando si parla di adottare metodologie agili o di cambiare la struttura del lavoro, ecco che sorgono i problemi. Le riunioni continue, i processi rigidi, i lunghi diagrammi di Gantt: la cultura aziendale sembra difficile da scardinare.

Le aziende globali, invece, hanno saputo adattarsi meglio a questi cambiamenti. Spotify, ad esempio, ha creato un modello di lavoro in cui i team sono completamente autonomi e la gestione è orientata agli obiettivi piuttosto che ai processi. In Italia, invece, la resistenza al cambiamento è ancora forte. E non è solo una questione di tecnologia, ma di mentalità. Un cambiamento di paradigma che fatica a decollare.

La paura del cambiamento: un freno che ci portiamo dietro

E qui arriva la parte più difficile. Perché molte aziende italiane fanno fatica a cambiare? Perché i manager sono spaventati? La risposta è semplice: paura. Paura di sbagliare, paura di destabilizzare tutto, paura di uscire dalla zona di comfort. Molti vedono l’innovazione come una minaccia e preferiscono mantenere il sistema che conoscono, anche se sa di vecchio.

Le aziende globali, invece, sono più pronte a sperimentare, ad adattarsi velocemente e a prendere rischi calcolati. Perché sanno che ogni cambiamento porta con sé nuove opportunità. L’Italia, purtroppo, è ancora un po’ bloccata in questo, e se non cambia questa mentalità, rischia di restare indietro.

In conclusione, purtroppo, dobbiamo ammettere che molte aziende italiane sono rimaste un po’ ancorate ai vecchi modelli di management aziendale. E mentre fuori di noi il mondo corre, l’Italia rischia di rimanere intrappolata in schemi obsoleti.

Per restare competitive nel panorama globale, le aziende italiane devono fare un passo avanti: abbandonare la gerarchia rigida, aprirsi all’uso dei dati per le decisioni, adottare un management agile e flessibile, e soprattutto, superare la paura del cambiamento.

Le tue opinioni contano davvero per me! Se questo articolo ti ha fatto riflettere o hai qualcosa da condividere, mi piacerebbe sentire la tua voce.
Scrivimi direttamente su LinkedIn o inviami un’email a info@domenicopepe.it. Ogni feedback è un passo verso il miglioramento.